sabato 10 agosto 2013

VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO / / / Recensione di Salvatore Esposito apparsa su Blogfoolk di agosto 2013



Federico Capone, Viaggio Nel Salento Magico, Capone Editore 2013, pp. 144, Euro 10,00

Secondo volume della collana “La Terra e Le Storie” diretta da Antonio Errico e Maurizio Nocera, “Viaggio Nel Salento Magico” di Federico Capone, offre un peculiare affresco delle tradizioni della Terra D’Otranto, un sapere ancestrale arricchitosi nei secoli dal passaggio di genti e culture differenti e conservatosi, quasi intatto nell’epoca moderna, quando da cuore dei traffici del Mediterraneo si ritrovò ad essere la periferia dell’Italia. Così tra folletti, streghe, fate, orchi, sirene, e tarante, veniamo letteralmente condotti in un viaggio nel tempo alla riscoperta di fatti di vita quotidiana, usi, costumi e superstizioni che compongono l’immenso mosaico della ricca tradizione popolare del Salento. Si ricompone così il racconto di quella “Terra Del Rimorso” descritta magistralmente da Ernesto de Martino, e non è un caso che larga parte del libro sia riservato al fenomeno del tarantismo, analizzato però in modo differente ovvero presentando un florilegio antologico, che raccoglie testimonianze e documenti preziosissimi che spaziano dal II secolo a. C., con le “Metamorfosi” di Nicandro di Colofone in cui si narra della battaglia a passi di danza combattuta fra le ninfe Epimelidi e i giovani pastori messapi, alle suggestive narrazioni di Goffredo di Malaterra, Alberto di Aquisgrana e Girolamo Mercuriale, in cui si scopre come il tarantismo fosse ben noto anche nel medioevo, fino ad arrivare alla fine del XIX secolo con le leggende raccolte da Giuseppe Morosi nella Grecìa Salentina, e con i documenti dei pionieri dell’etnologia salentina ovvero Trifone Nutricati Briganti, Giuseppe Gigli e Sigismondo Castromediano. Completano il testo l’iconologia della Puglia di Cesare Ripa, i diari di viaggio di George Berkeley, Antoine Laurent Castellan e Richard Keppel Craven, per concludere con Girolamo Marciano da Leverano. “Viaggio nel Salento Magico” è dunque un libro prezioso in quanto attraverso i documenti raccolti da Federico Capone ci consente di scoprire dettagli, storie e piccole leggende popolari che spesso sfuggono all’etnografia e all’etnomusicologia ufficiale. 
Salvatore Esposito 
 
Link d'origine: Blogfoolk
 

martedì 6 agosto 2013

VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO / / / Recensione di Barbara Moramarco apparsa su brindisireport.it del 4 agosto 2013


Sulle magiche tracce della tarantola: dal mito popolare alla musica emblema del Salento
di Barbara Moramarco » 4 agosto 2013 alle 07:30
Phonurgia Nova sive Congium Mechanico-physicum artis et naturae Paranympha di Athanasius Kircher- 1673
Phonurgia Nova sive Congium Mechanico-physicum artis et naturae Paranympha di Athanasius Kircher- 1673
Tra pochi giorni il Salento tornerà ad essere travolto dall’energia, il ritmo, le “pizziche” della XVI edizione del Festival itinerante “La notte della taranta” che dal 6 al 24 agosto coinvolgerà quindici comuni. La mitica taranta, nome con cui nella tradizione popolare della Puglia è chiamato il comunissimo ragno dei Licosidi, la Lycosa tarantula (ragno dall’aspetto vistoso e dal morso doloroso ma innocuo), per secoli è stata ritenuta la responsabile di quel fenomeno pugliese, e salentino in particolare, noto con il nome di tarantismo.
Secondo le credenze popolari era il morso del ragno a provocare nelle persone colpite, i “tarantati”, un malessere generale interiore con sintomi psichiatrici, guaribile con la musica e la danza dell’ammalato per molti giorni consecutivi, sino allo sfinimento. Quell’antico fenomeno pugliese fu oggetto, nel 1959, di un importante lavoro di ricerca svolto nel Salento dall’etnografo italiano Ernesto De Martino (1908-1965) e incentrato su quei riti, danze e credenze e sulla cura per il morso del famoso ragno.
De venenis et morbis venenosis tractatus di Girolamo Mercuriale - 1588
De venenis et morbis venenosis tractatus di Girolamo Mercuriale – 1588
L’indagine etnografica di De Martino, pubblicata nel 1961 con il titolo “La terra del rimorso” (Il Saggiatore, 1961- pp. 273), provò che quei riti avevano per lo più la funzione di allontanare le inquietudini di una vita colpita dalla povertà e dall’emarginazione. Da allora però poco è stato aggiunto a quegli studi e a confermare il rallentamento subito dalla ricerca etnografica, è lo scrittore Federico Capone che nel suo libro intitolato “Viaggio nel Salento magico” (Capone editore, pp. 140- euro 10,00) così scrive:
“Nonostante i numerosi sforzi e la pervicace (buona) volontà, ben poco si è aggiunto, se non in casi assai rari, a La terra del rimorso; pur tuttavia, non si può negare che il movimento creatosi attorno al tarantismo abbia risvegliato, nel pubblico più ampio, un interesse che stava pian piano scemando verso quelle culture che sono delle classi popolari, provengono da queste e in queste trovano terreno fertile per attecchire, sopravvivere e rinnovarsi spontaneamente, senza forzature. In questo quadro di riscoperta, la ricerca ha subìto un rallentamento notevole, se non addirittura uno stop: ingenti somme di denaro sono state investite per confezionare piccoli e grandi eventi all inclusive, in grado di soddisfare la richiesta di esoticità del turista”.
La copertina del libro Viaggio nel Salento magico
La copertina del libro Viaggio nel Salento magico
“Viaggio nel Salento magico”, ulteriore perla della collana intitolata “La terra e le storie” diretta da Antonio Errico e Maurizio Nocera, curatore della prefazione, è un’antologia formata nella sua prima parte dalle diverse versioni di una leggenda narrata da Nicandro di Colofone (II sec. a. C.) e ambientata in Messapia, in un luogo chiamato dei “sassi sacri” dove si tenne una sfida, a passi di danza, tra le ninfe Epimelidi e alcuni giovani pastori messapi, inconsapevoli di essere in gara con delle divinità. La sfida, vinta dalle ninfe, si concluse con la trasformazione dei giovani pastori in ulivi dalla forma contorta “…ed oggi, si ode, di notte, una mesta voce proveniente dalla selva, quasi a lamentarsi” racconta Nicandro. L’antica leggenda fu ripresa da Ovidio (I sec. a.C.) e tradotta in ottava rima nel 1561 da Giovanni Andrea dell’Anguillara.
Seguono poi gli scritti di alcuni autori che hanno riportato testimonianza del tarantismo nel corso dei secoli. Tra questi Goffredo di Malaterra che nel 1064 descrisse così le tarantole che infestavano un monte vicino a Palermo e che infastidivano i soldati provenienti dalla Puglia al seguito dei Normanni: “…la tarantola è un verme che ha l’aspetto di un ragno, ma ha un aculeo velenoso e di puntura spiacevole”. Alberto di Aquisgrana, canonico della chiesa di Aquisgrana, descrisse invece le tarantole come “serpenti chiamati Tarenta”. Il canonico fu il primo a usare questo termine nella città fenicia di Sidone (nell’odierno Libano) e a descrivere i sintomi che i pellegrini cristiani colpiti dal ragno manifestavano “…morirono per l’agitazione e per una sete insopportabile, poiché le loro membra erano tumide per inauditi rigonfiamenti”.
Una tarantolata
Una tarantolata
Alberto di Aquisgrana descrisse anche i rimedi che gli abitanti di Sidone insegnarono ai Cristiani per guarire dal morso del ragno “…toccata e circoscritta la ferita di quel pungiglione con la mano destra, sembrava che quel veleno non potesse più nuocere” e il sistema per allontanarlo battendo delle pietre sugli scudi. “Chiaro il riferimento a quello che si è verificato nei secoli successivi, dell’importanza cioè del tamburello come strumento basilare della iatromusica” scrive Maurizio Nocera.
Girolamo Mercuriale, medico e filosofo, descrisse invece così i sintomi del tarantismo “…quando morde uno, quello è solito rimanere sempre nello stato e nel modo di fare in cui è stato punto finché il veleno non è stato espulso dal corpo”. E sul rimedio più noto, quello della musica, Mercuriale riporta ciò che aveva sentito dire da coloro che si erano recati in Puglia “…Tuttavia, per il resto affermano che contro il morso della tarantola può fare molto la musica, ma i rimedi per questo veleno sono da ricercarsi dagli abitanti della Puglia”.
Una delle raffigurazioni della Puglia nell'opera Iconologia di Cesare Ripa del 1593
Una delle raffigurazioni della Puglia nell’opera Iconologia di Cesare Ripa del 1593
A corredo dei preziosi testi che formano la prima parte del libro (e di cui l’autore ha riportato i testi latini originali), le belle ed antiche raffigurazioni simboliche della Puglia di Cesare Ripa, tratte dalla sua opera Iconologia del 1593. L’Apulia di Ripa è una “Donna di carnagione adusta che, vestita d’un velo sottile, abbia, sopra d’esso, alcune tarantole, simili a’ ragni grossi rigati di diversi colori, starà detta figura in atto di ballare, avrà in capo una bella ghirlanda di olivo, con il suo frutto e, con la mano destra, terrà con bella grazia un mazzo di spighe di grano e un ramo di mandorlo con foglie e frutto, avrà da una parte una cicogna, con un serpe in bocca, e dall’altra diversi strumenti musicali e, in particolare, un tamburello e un piffero”.
La seconda parte del libro di Federico Capone si apre con le testimonianze estratte dai diari di alcuni viaggiatori stranieri che dai primi del Settecento alla fine dell’Ottocento giunsero nella nostra regione. Leggendo questa selezione si scoprono notizie interessanti come quella riferita da George Berkeley nel 1717 secondo il quale il male si contrae “…mangiando frutta morsa dalla tarantola” o da Antoine Laurent Castellan che nel 1819 scriveva che la malattia “…rende un gran torto, soprattutto alle ragazze, per la loro sistemazione; inoltre il rimedio della musica è molto costoso, poiché si paga almeno un ducato al giorno ai suonatori, senza contare il medico, e poiché il malato balla da quattro a sette giorni di seguito”.
Il mito del tarantismo
Il mito del tarantismo
E ancora quella di Richard Keppel Craven che nel 1821 scriveva “gli abitanti di Brindisi appaiono molto più legati all’antica credenza rispetto a quelli di Taranto… I brindisini ritengono che il morso non manifesta i suoi effetti immediatamente, ma che questi si rivelano nei malati in forma di stupore, di languore, di debolezze e di malinconia, rendendoli inabili a svolgere le loro abituali occupazioni”. Girolamo Marciano da Leverano chiude questa selezione sul tarantismo con importanti riferimenti bibliografici. La terza parte del libro racchiude invece cinque leggende di alcuni paesi della Grecìa Salentina raccolte dal dialettologo Giuseppe Morosi. Le leggende in questione riguardano Martano, Castrignano e Sternatia. Il libro termina con alcuni racconti tratti dagli scritti di Trifone Nutricati Briganti, Giuseppe Gigli e Sigismondo Castromediano sulle fate, i folletti, gli orchi, le streghe, le sirene, gli spiriti della casa, i fatti di vita quotidiana e le superstizioni.

sabato 20 luglio 2013

VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO / / / Recensione di Nicola de Paulis apparsa su Nuovo Quotidiano di Puglia di venerdì 17 luglio 2013

Un libro per l’estate Federico Capone racconta miti e vicende della terra della taranta. Un immaginario fatto anche da fate, streghe e orchi

La storia secolare del Salento magico
di Nicola De Paulis
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Chi oggi percorre la vecchia strada coperta da ulivi plurisecolari che nel Salento sud orientale da Giuggianello porta verso Palmariggi, è autorizzato a immergersi nel mito e immaginare che quegli ulivi maestosi fossero, un tempo, fanciulli messapi irrequieti e boriosi “mutati” in olivastri selvaggi dalle ninfe Epimelidi, legate a Dioniso, per averle derise e sfidate in una impari lotta a passi di danza.
Tutto nasce, meglio spiegarlo, da Nicandro di Colofone, autore greco della seconda metà del II secolo a C., che nella terra dei Messapi, presso un luogo chiamato “sassi sacri” (forse il Furticiddhu de la Vecchia – caratteristico masso a forma di fuso su cui esiste anche una leggenda che narra la battaglia fra Eracle e i Giganti ­– oppure uno dei tanti menhir del Salento), apparvero le ninfe Epimelidi che “guidavano le danze”. I fanciulli, abbandonando le greggi, si dissero capaci di far meglio. Ma le ninfe non gradirono l’affronto. La sfida ci fu, e i giovinetti, che avevano una maniera di ballare semplice e rozza, furono sconfitti. E le ninfe allora li punirono trasformandoli in alberi… Oggi il fruscio del vento sembra quasi una mesta voce proveniente dalla selva.
Questa leggenda, riportata anche da Ovidio, grande cantore del mondo classico, apre l’agile e dettagliato “Viaggio nel Salento magico – La terra e le storie”, un saggio divulgativo di Federico Capone (Capone Editore) con prefazione di Maurizio Nocera, un libro che racconta di folletti, streghe, fate, orchi e sirene, ma anche del venefico morso della tarantola, di fatti di vita quotidiana, di costumi e di superstizioni, con fiabe e filastrocche.
Il contenuto del libro conferma quanto la danza sia costante nella storia salentina. Nel capitolo “Il tarantismo”, Capone riporta passi di scrittori e studiosi di varie epoche, dal Medioevo in poi, come Goffredo di Malaterra (1100 circa) che fu il primo a citare il termine “tarantola”, o Girolamo Marciano di Leverano (1571-1628), o ancora Antoine Laurent Castellan (1772-1838) e Richard Craven, spesso citati da chi si occupa della materia, ma quasi mai letti nella loro versione originale, e soprattutto poco noti al grosso pubblico. Sono questi studiosi a documentare come il tarantismo (diffuso in tutto il Mediterraneo ed in Puglia in particolare) già dal ‘600, fosse elemento ben presente nella vita delle popolazioni rurali, tanto che viene da chiedersi: perché la Puglia? Perché il Salento? È davvero questa la “terra del rimorso” o il “serbatoio” isolato per millenni, che ha conservato riti dionisiaci arcaici?
Quando Ernesto De Martino condusse nel 1959 l’inchiesta (in particolare a Galatina) da cui scaturì il libro “La terra del rimorso”, rifiutò di collegare il tarantismo alle tradizioni classiche del dionisismo e del coribantismo, attribuendo al tarantismo musicale una origine medievale. Nel dibattito attuale sul tarantismo, si considera invece che le origini siano ben più antiche.
Tra le prove di questa tesi, le figure su un vaso appulo-lucano del III secolo a. C. che richiamano movimenti simili a quelli della pizzica salentina: una menade o baccante che, mentre batte un tamburello, danza con un satiro.
Ma da considerare ai fini di questo discorso, come riporta Capone, ci sono per esempio le leggende raccolte da Giuseppe Morosi nella Grecìa Salentina, le credenze e gli usi e le superstizioni narrate da Trifone Nutricati Briganti, Giuseppe Gigli e anche da Sigismondo Castromediano.
È proprio il duca Castromediano, per esempio, a raccontare la leggenda della fata di Cavallino, che abitava nei ruderi di un mulino, con tanto di testimoni. “I nostri avi – scriveva – credevano alle fate. Il nostro secolo non crede in nulla”.

venerdì 12 luglio 2013

Capone Editore: VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO, di Federico Capone, co...

Capone Editore: VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO, di Federico Capone, co...: Federico Capone, Viaggio nel Salento magico. Dove si racconta di folletti e streghe, di fate, orchi e sirene, del venefico morso della ...

VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO / / / Recensione di Angelo Sconosciuto apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno"

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VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO / / / Recensione di Dino Levante apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno"

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VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO / / / Recensione di Felice Laudadio Jr su Repubblica.it


Taranta, pizzica e Salento, morsi senza rimorsi

di Felice Laudadio Jr

Viaggio nel Salento magico, di Federico Capone, Capone Editore, Cavallino-Lecce, giugno 2013, collana “La terra e le storie”, 144 pag. 10 euro. Dove si racconta di folletti e streghe, di fate, orchi e sirene, del venefico morso della tarantola, di fatti di vita quotidiana, di usi, di costumi e di superstizioni, con fiabe e filastrocche.
Tarantola, tarantismo, tarantella. Pizzica. Attenti a non confondere tradizione con tradimento, avverte Federico Capone nella sua premessa. Etnografia l’è morta, non rimpianta, aggiungiamo e ha portato via con sé l’ambaradam di lenti d’ingrandimento e vetrini da microscopio sotto i quali metteva i popolani del Sud – tutti coppola e scialli neri, solo coppola e scialli neri – che ancora alla vigilia degli Anni Sessanta si mostravano dediti a riti arcaici e pratiche ancestrali. Testi impressionistici, quelli etnografici, ragguagli su realtà esaminate con la superiorità (involontaria e inevitabile) del colto verso l’inclita, del maggiore verso il minore, dei moderni verso gli antichi. Tramontata la vivisezione etnografica, resta la Storia e basta e avanza a rendere nel suo significato di ponte culturale col passato il morso del ragno, “l’animale nocivo che vive in questa regione – scriveva il Galateo – e dal veleno del quale ci si libera col suono di flauti e tamburelli”. La danza come cura per tarantola, l’attività coreutica, che in Terra d’Otranto vide le ninfe battere nell’antichità remota i giovani messapi, trasformandoli in alberi. Nicandro di Colofone, autore greco del II secolo a.C., narra nelle Metamorfosi che gli ulivi erano pastori fanciulli, irrequieti e boriosi, mutati dopo aver perduto una sfida impari, a passi di danza, contro alcune semidee amiche di Dioniso. “Queste cose sono accadute molto tempo prima della spedizione di Ercole. In quel tempo si viveva con le pecore e i pascoli. Si racconta dunque che, nella terra dei Messapi, presso il luogo chiamato dei Sassi sacri, apparvero le ninfe Epimelidi che guidavano le danze e che poi i fanciulli dei Messapi, abbandonando le greggi, dissero che essi stessi sapevano condurre le danze ancor meglio”. Ignoravano di affrontare esseri divini, ritenendo di competere con donne mortali. “Avevano una maniera di ballare semplice, rozza”, da pastori, al contrario delle divine avversarie alle quali ogni mossa riusciva più elegante. Vinti e metamorfosizzati, gli insensatiancora si lamentano quando il vento fa stormire le chiome degli ulivi, nel bosco vicino ai Sassi sacri, chiamato appunto delle ninfe e dei fanciulli.
La leggenda è stata ripresa da Ovidio (gli oleastri) ed insieme i due brevi testi introducono l’antologia raccolta da Capone. Partendo da Nicandro, le testimonianze arrivano a fine Ottocento, alle tradizioni e superstizioni annotate tra Grecìa e Salento da Giuseppe Morosi, Trifone Nutricati Briganti, Giuseppe Gigli e Sigismondo Castromediano. Centrale è naturalmente il tarantismo, con la conferma della notorietà del fenomeno, già nel medioevo, da Palermo alla libanese Sidone, attraverso gli scritti di Goffredo di Malaterra, Alberto di Aquisgrana e Girolamo Mercuriale. In epoca moderna, brani dei diari di viaggio di George Berkeley, Antoine Laurent Castellan e Richard Keppel Craven e testi di Girolamo Marciano da Leveranno. A commento visivo, l’iconologia pugliese di Cesare Ripa.

L’autore. Federico Capone (1974), si occupa di musica e tradizioni di Terra d’Otranto e sull’argomento ha pubblicato “In Salento. Usi, costumi, superstizioni” (Capone Ed., 2003), “Lecce che suona. Appunti di musica salentino” (Capone, 2004), “Hip hop reggae dance elettronica” (Stampa Alternativa, 2004), “Sata Terra. Una breve storia della canzone dialettale leccese da Tito Schipa ai tarantismi premeditati” (2011, scaricabile da Internet). Ha curato “Cesare Monte e i Canti del Salento” (Kurumuny, 2009) e “Giuseppe De Dominicis/Capitano Black, Pietru Lau, Farfarina e Piripiernu” (Capone 2011).


link d'origine:  http://libri-bari.blogautore.repubblica.it/2013/06/27/taranta-pizzica-e-salento-morsi-senza-rimorsi/

VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO /// Copertina, immagini e quarta di copertina


Viaggio nel Salento magico, di Federico Capone, con Prefazione di Maurizio Nocera, secondo volume della collana diretta da Antonio Errico e Maurizio Nocera “La terra e le storie”.

IL LIBRO
Il fascino della Terra d’Otranto sta nel suo sapere ancestrale arricchitosi nei secoli, e per tutto il medioevo, grazie al passaggio di genti e culture diverse, e conservatosi, poi, in epoca moderna, quando, col cambiare delle rotte, da snodo centrale del Mediterraneo, l’antica terra fra due mari, la Messapia appunto, divenne estrema periferia d’Italia.
Ma se quella ricca memoria rimaneva sconosciuta al forestiero, purtuttavia si tramandava, quasi invariata, negli usi, nei costumi e nelle superstizioni dei salentini, e questo fino ai giorni nostri.
Le testimonianze proposte nel libro risalgono ad epoche veramente insospettabili, che vanno dal II secolo a. C., quando Nicandro di Colofone narra nelle sue Metamorfosi della battaglia a passi di danza combattuta fra le ninfe Epimelidi e i giovani pastori messapi, fino ad arrivare alla fine del XIX secolo, con le leggende raccolte da Giuseppe Morosi nella Grecìa Salentina, ma anche con le credenze, gli usi e le superstizioni annotate dai pionieri dell’etnologia salentina:  Trifone Nutricati Briganti, Giuseppe Gigli e Sigismondo Castromediano.
Un ruolo centrale lo occupa il tarantismo, presentato al pubblico più ampio con gli scritti essenziali di Goffredo di Malaterra, di Alberto di Aquisgrana e di Girolamo Mercuriale, che documentano come in pieno medioevo il fenomeno fosse conosciuto da Palermo a Sidone, nel lontano Libano. E poi, ancora, ma qui siamo già in epoca moderna, l’Iconologia, relativa alla Puglia, di Cesare Ripa e  alcuni stralci dei diari di viaggio di George Berkeley, Antoine Laurent Castellan e Richard Keppel Craven, per concludere con Girolamo Marciano da Leverano.
Viaggio nel Salento magico offre, pertanto, un quadro a tutto tondo di una Terra d’Otranto che, pur cambiando nel corso dei secoli, ha saputo conservare quell’arcaica tradizione che la caratterizza e affascina.

L’Autore
Federico Capone, 1974, si occupa prevalentemente di musica e tradizioni di Terra d’Otranto e sull’argomento ha pubblicato In Salento. Usi, costumi, superstizioni (Capone Editore, 2003), Lecce che suona. Appunti di musica salentina (Capone Editore, 2004), Hip hop reggae dance elettronica (Stampa Alternativa, 2004), Sata Terra. Una breve storia della canzone dialettale leccese da Tito Schipa ai tarantismi premeditati (2011, scaricabile gratuitamente da Internet).
Ha anche curato Cesare Monte e i Canti del Salento (Kurumuny, 2009) e Giuseppe De Dominicis / Capitano Black, Pietru Lau, Farfarina e Piripiernu (Capone Editore 2011).

VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO / / / Recensione di Michele Gaetani apparsa sul Corriere del Sud


Viaggio nel Salento magico Taranta, pizzica e Salento, morsi senza rimorsi

Federico Capone col suo Viaggio nel Salento magico. Dove si racconta di folletti e streghe, di fate, orchi e sirene, del venefico morso della tarantola, di fatti di vita quotidiana, di usi, di costumi e di superstizioni, con fiabe e filastrocche ,ci guida in modo inusuale ed accattivante nel fascino della Terra d’Otranto dove sta nel suo sapere ancestrale arricchitosi nei secoli, e per tutto il medioevo, grazie al passaggio di genti e culture diverse, e conservatosi, poi, in epoca moderna, quando, col cambiare delle rotte, da snodo centrale del Mediterraneo, l’antica terra fra due mari, la Messapia appunto, divenne estrema periferia d’Italia
L’autore ci traghetta in questa “Terra del rimorso”, come la descrisse Ernesto de Martino nel 1959.
Parimenti qui tutto è “tarantola, tarantismo, tarantella. pizzica”.
Il fenomeno del tarantismo è comunque iscritto in un sistema ideologico complesso e antico, presente sino a pochi decenni fa, oltre al Salento, solo in alcune regioni dell'Italia meridionaleed in Spagna.
Il viaggio antologico ha inizio con le testimonianze proposte risalenti ad epoche veramente insospettabili, che vanno dal II secolo a. C., quando Nicandro di Colofone narra nelle sueMetamorfosi della battaglia a passi di danza combattuta fra le ninfe Epimelidi e i giovani pastori messapi, per poi raccogliere le narrazioni di Goffredo di Malaterra, Alberto di Aquisgrana e Girolamo Mercuriale fino ad arrivare alla fine del XIX secolo.
Nella seconda parte del libro l’autore ci introduce nelle “terra del rimorso” attraverso le leggende raccolte da Giuseppe Morosi nella Grecìa Salentina, ma anche con le credenze, gli usi e le superstizioni annotate dai pionieri dell’etnologia salentina: Trifone Nutricati Briganti, Giuseppe Gigli e Sigismondo Castromediano.
Si delinea un quadro a tutto tondo di una Terra d’Otranto crocevia di genti e culture diverse,da quella messapica a quella greca, latina, turca,spagnola e da snodo centrale del Mediterraneo, estrema periferia d’Italia.