mercoledì 21 settembre 2016

"Tarantismo, un fenomeno minuscolo e complesso", introduzione ad "Osservazioni sul tarantismo ed altri scritti sulla musica 'popolare' salentina"


Tarantismo, un fenomeno minuscolo e complesso


 “Potrà forse sembrare strano che un discorso così impegnato, e che quasi promette di voler mettere mano a cielo e terra, possa prendere le mosse da una minutissima vicenda regionale, anzi locale, della cui levità par testimoniare il sorriso col quale a chi dà segni di agitazione immotivata chiediamo celiando: ‘Ti ha morso la tarantola?’. Ma non tutte le cose che abbiamo reso lievi meritavano di diventarlo, ed in ogni caso il ‘lieve’ ed il ‘grave’ non appartengono alle cose in sé, ma sono sempre di nuovo ridistribuibili nella trama della realtà in funzione di certi ‘problemi presenti’ che stimolano a scegliere il passato importante” (Ernesto de Martino, dalla Prefazione a La terra del rimorso).


Per quanto minuscolo, il tarantismo si svolge con dinamiche simili a quelle di qualsiasi altra vicenda umana e proprio come fatto dell’uomo lo abbiamo voluto descrivere, sicuri che questo taglio sia l’unico in grado di ri-sentimentalizzare un fenomeno che appartiene al Salento ed alle sue genti, nonostante da sempre abbia subìto l’aggressione da parte di forze non propriamente interne (per sostrato culturale, per provenienza geografica e altro ancora) che lo hanno trasformato, plasmato a seconda delle esigenze, anche personali e/o del momento, analizzato fino all’osso e snaturato, privandolo talvolta di quell’anima popolare che lo ha mantenuto in vita fino ai giorni nostri.
Ma oltre che minuscolo, il tarantismo è anche complesso: tutto sommato giovane, le origini risalgono al basso Medioevo, affonda le radici nel mondo antico; esclusivo della Puglia e di Terra d’Otranto, ha paralleli extraeuropei e, ancora, collocato nel quadro dell’incontro fra Islam e cattolicesimo diviene successivamente materia da argomentare con parametri della magia naturale e, più in là, medici non meno che simbolico-tradizionali, da leggere in chiave positivista o (neo)umanista o, ancora, con approccio antropologico e sociologico... tutto ciò a conferma che ha uno svolgimento articolato, come ogni cultura d’altronde, ed è per alcuni aspetti “vittima” del pensiero dominante, per altri forma di resistenza a quello egemone.
Banalizzando, si potrebbe immaginare questa storia come il tratto d’un fiume del quale non scorgiamo né l’inizio né la fine ma, al massimo, parte degli infiniti rivoli che da questo si diramano; sta a noi seguirne uno, non potendo né col nostro sguardo, né con la nostra conoscenza, percorrerli tutti. La scelta scaturisce dalla sensibilità personale e dal guardarsi attorno per capire se – e dove, e come – questa manifestazione possa attualmente meglio collocarsi, dando per scontato che ancor oggi sopravvive: una risposta l’abbiamo rintracciata nell’aspetto musicale ed in particolare nel reggae+hip hop – precursori Georges Lapassade e Piero Fumarola – e in quei giovani che danzano per liberarsi sotto il palco del concertone finale della Notte della Taranta.
Fra il tarantismo di ieri e quello di oggi, e poco prima del reggae+hip hop, c’è un’altra esperienza “musicale” sulla quale ci siamo soffermati, ossia la canzone dialettale urbana, perché anticipatrice di alcuni aspetti dell’evento di Melpignano, fra i quali quello più preponderante è l’assoluta spensieratezza con la quale la gente, nel folk-leccese come nella world-pizzica, si approccia e vive l’esperienza sotto i palchi. Si aggiunga che la canzone dialettale urbana, ieri nelle piccole sagre, oggi rispolverata anche a Melpignano, contribuisce a liberare i presenti, seppur per poche ore, da ogni problema piccolo o grande che sia; non poteva essere altrimenti in una Terra d’Otranto dove qualsiasi momento catartico può essere ricondotto al tarantismo, come confermano i fatti: ogni “minuscolo evento” è risultato, finale ma non definitivo, del contesto nel quale si svolge – non si è forse partiti con le tarantole sul monte Pellegrino a Palermo, per arrivare alla cappella di San Paolo a Galatina e poi al reggae+hip hop nostrano? – Perché allora non cercare un luogo, un modo, nel quale il rito oggi si rinnova? Solo in quest’ottica si può comprendere quanto già scritto da Ernesto de Martino, cioè che il fenomeno, ieri come oggi, è plasmato dalle stesse forze egemoni che lo studiano e lo (de)scrivono, introducendo – e al tempo stesso portando all’esterno, pensiamo alle fonti giunte in nostro possesso – di volta in volta “determinazioni nuove” e “compromettendone efficacie antiche”. Ma aggiungiamo una nostra altra constatazione: mentre il tarantismo viene modellato e descritto dall’esterno, contemporaneamente, si rafforza grazie ai protagonisti che lo vivono e lo mantengono in vita, adeguandolo a tempi e luoghi.
Questa continua e rapida ricontestualizzazione spiazza un po’ tutti, non ultimi gli studiosi che, di conseguenza, non riescono a “stare sul pezzo”; ciò contribuisce a non ricercare e a non produrre, dando l’impressione che il tarantismo sia definitivamente esaurito. Ecco il maggiore dei problemi di fronte ai quali ci siamo oggi trovati: se già in precedenza lo studioso identificava il tarantismo come relitto, e questo avveniva quando la “tradizione” era più “stabile”, ci dovremmo sentire giustificati a considerarlo oggi definitivamente scomparso, sol perché non ne cogliamo le trasformazioni? Dovremmo forse, in maniera semplicistica e arrendevole, affermare tout court che “la tradizione è tradimento”, perseverando in una azione dissacratoria che oggi, a differenza di qualche ventennio addietro, non ha alcuna valenza ideologica ma serve piuttosto per colmare e celare ben altri tipi di lacune?, o dovremmo piuttosto continuare l’opera di de-sentimentalizzazione che vuole far “vivere” il tarantismo solo nelle fonti? Nulla di tutto ciò, e col lavoro che segue offriamo alcuni strumenti per navigare nuovi tratti di storia, nuove vie, fornendo una serie di testimonianze già note nella prima parte, e letture nuove nella seconda, per dimostrare che il tarantismo non si è esaurito.
Per dirla in una parola, l’oggetto della ricerca, in storia non più che altrove, non si esaurisce, si cerca... anche con l’osservazione.



Marzo 2016                                                                         fc

giovedì 25 agosto 2016

"Il Ragno, la musica e Leonardo da Vinci", recensione a firma di Claudia Presicce apparsa su Nuovo Quotidiano di Puglia del 23 agosto 2016

«Potrà forse sembrare strano che un discorso così impegnato, e che quasi promette di voler mettere mano a cielo e terra, possa prendere le mosse da una minutissima vicenda regionale, anzi locale, della cui levità par testimoniare il sorriso col quale a chi dà segni di agitazione immotivata chiediamo celiando: ti ha morso la tarantola?» (...) per continuare a leggere clicca sull'articolo

giovedì 4 agosto 2016

"Capone, il tarantismo e la musica popolare salentina ieri e oggi", recensione di Angelo Sconosciuto su La Gazzetta del Mezzogiorno del 30 luglio 2016 (ediz. di Brindisi)


Capone, il tarantismo e la musica popolare salentina ieri e oggi

Le «Osservazioni» per aggiornare un discorso


Davvero difficile stare dietro agli innumerevoli appuntamenti con la pizzica. Chi non danza discute e ciascuno propone le sue «letture» del fenomeno in cui confluiscono le sue conoscenze, il suo vissuto, i suoi sentimenti.
Benedetto Croce affermava che «ogni storia è storia contemporanea», intendendo così ribadire che il compito dello storico non si riduce a raccogliere e catalogare fatti. Piuttosto gli compete di giudicare ed analizzare il "passato" con gli occhi del presente ed alla luce dei problemi del presente, facendo sì che gli avvenimenti rimangano sempre vivi, in continua mutazione.
Di tutto ciò è ben consapevole Federico Capone, storico delle tradizioni popolari ed esperto di canzone dialettale leccese, che nelle sue "Osservazioni sul tarantismo e altri scritti sulla musica popolare salentina" (Capone Editore, pp. 128, con una dotta prefazione di Maurizio Nocera) dimostra come, checché se ne pensi, il tarantismo non si esaurisce con la spedizione dell'equipe guidata da Ernesto De Martino nel Salento, compiuta nell'estate del 1959 e i cui risultati furono pubblicati nel 1961 in La terra del rimorso, ma che piuttosto si è ricontestualizzato, adeguandosi a tempi e luoghi. «Si badi bene che questo "rimodellamento" non è esclusivo della contemporaneità, né appartiene soltanto al tarantismo – sottolinea l'autore –, è un fatto normale ne era convinto anche Ernesto de Martino, che riteneva il fenomeno "plasmato dalla cultura egemone"; proprio questa banalità regge tutto il ragionamento: il tarantismo altro non è che un risultato figlio della propria epoca. A testimonianza di questo vi sono i tanti paralleli – per modi e finalità del rito – distanti nel tempo e nello spazio rispetto al fenomeno così come è giunto a noi, quindi è chiaro che per comprendere appieno ciò che accade oggi, è necessario conoscerne la storia».
Queste "Osservazioni" si svolgono lungo la direttrice passato- presente, e così nella parte iniziale i documenti di prima mano danno solidità alle successive interpretazioni dell'autore, che la fanno da padrona nella seconda parte del saggio, per costituire, nell'insieme, una "storia" nel senso più ampio del termine, che inizia nel basso- medioevo – è, nell'undecimo secolo, infatti, che si sente parlare per la prima volta di "taranta" con Goffredo di Malaterra che nelle 'Gesta di Ruggiero' narra di un attacco, ad opera di ragni velenosi, subìto dall'esercito normanno accampato sul Monte Pellegrino, nei pressi di Palermo – ed arriva ai giorni nostri.
Proprio questa seconda parte è certamente la più fresca. Capone indaga gli sviluppi contemporanei, soffermandosi in particolare sul reggae+hiphop dei primi anni Novanta – che trova nel Salento terreno fertile grazie al Sud Sound System, gruppo composto da dj e toaster-sciamani – e sulla Notte della Taranta, il festival itinerante che ogni anno, nella serata conclusiva a Melpignano, richiama centinaia di migliaia di spettatori che, danzando sotto il palco, si liberano, almeno per poche ore, dei problemi quotidiani. Tutto ciò avviene grazie ad una musica che, forse, "tradisce la tradizione" coi suoni ma assolve pienamente alla funzione catartica assegnatale dal "tarantismo".
In questa direzione – la musica in grado di liberare – ampio spazio è dato alla canzone dialettale leccese e salentina che, fin dall'inizio del secolo scorso, ha contribuito a mantenere in vita una memoria che, passando dalla campagna alla città, sembrava dovesse scomparire ed invece si è rafforzata.
"Tracce", funge da intermezzo fra la prima e la seconda parte qui vi sono molte testimonianze di autori medioevali e moderni, che hanno scritto di tarantole da Alberto di Aquisgrana (XII sec.) a Tommaso Campanella.
In conclusione un ricco e suggestivo apparato iconografico con immagini che vengono pubblicate per la prima volta, tutte inerenti il tarantismo e più in generale la danzimania; sono da segnalare le opere inedite di Francesco e Massimo Pasca e quella di Salvatore Sciurti, ma anche una matrice, quasi sconosciuta di Antonio Tempesa (XVI-XVII secolo), nella quale sono raffigurati tre tipi di "tarantola" conosciuti, ossia il geco, il ragno e lo scorpione, ma anche la ri-lettura del mese di Giugno del mosaico di Otranto, ove vi sono due Gemelli che paiono danzare con le movenze della pizzica.

Angelo Sconosciuto

martedì 26 luglio 2016

"Osservazioni sul tarantismo ed altri scritti sulla musica 'popolare' salentina" di Federico Capone



Federico Capone
Osservazioni
sul tarantismo
Ed altri scritti
sulla musica popolare salentina
Prefazione di Maurizio Nocera






Secondo la tradizione, chi veniva morso dalla tarantola doveva ballare affinché, sudando, potesse espellere il veleno dal corpo: il fenomeno, noto come tarantismo, era largamente presente in Puglia e in Terra d'Otranto in particolare. Le prime testimonianze risalgono al Basso Medioevo, anche se tanti sono i paralleli – per modi e finalità del rito – distanti nel tempo ma anche nello spazio, a dimostrazione di un fatto abbastanza scontato ma che spesso passa in secondo piano: il fenomeno altro non è che un risultato figlio della propria epoca.
L'autore parte da questa premessa per tracciare una storia del tarantismo, attraverso un apparato documentale ampio e solido, e per indagarne gli sviluppi contemporanei che non possono prescindere dal reggae+hip hop e dalla Notte della Taranta, ma neppure dalla canzone dialettale leccese, tratto d'unione fra antico e moderno.
A corredo dello scritto un apparato iconografico con alcune immagini pubblicate per la prima volta.
Osservazioni sul tarantismo rappresenta uno strumento indispensabile tanto per l'appassionato che si avvicina alla tradizione musicale salentina, quanto per l'esperto che qui troverà nuove letture e documenti poco conosciuti.

Federico Capone, 1974, si occupa di storia delle tradizioni popolari, con particolare riferimento alla canzone dialettale leccese; fra le pubblicazioni ricordiamo: In Salento. Usi, costumi, superstizioni (Capone Editore 2003),Lecce che suona. Appunti di musica salentina (Capone Editore 2003), Hip Hop Reggae Dance Elettronica / Stile Salentino 1 (Stampa Alternativa 2004) e Viaggio nel Salento magico (Capone Editore 2013).


Federico Capone, Osservazioni sul tarantismo ed altri scritti sulla musicapopolare salentina, Capone Editore, Lecce 2016, ISBN 978-88-8349-202-0; 128 pagine, formato 15x21, illustrato

lunedì 26 ottobre 2015

Mosaico di Otranto, mese di giugno, i Gemelli che (mi) paiono tarantolati


Mosaico di Otranto,  mese di giugno, i Gemelli che (mi) paiono tarantolati 



IVNII (giugno), particolare del mosaico nella Cattedrale di Otranto, realizzato tra il 1163 e il 1165 dal monaco Pantaleone della vicina Badia di Casole.
La scena, raffigurante il mese di giugno, vede protagonista principale un contadino intento a mietere, in alto a destra il segno zodiacale dei Gemelli e, in basso a destra, due covoni. In alto a sinistra, all’esterno della cornice, una figura zoomorfa, probabilmente uno scoiattolo-spaventapasseri che batte i piatti per allontanare gli uccelli dal grano (cfr Grazio Gianfreda, "Il mosaico di Otranto", Edizioni Del Grifo, Lecce 2009). Questa la lettura più accreditata.
Noi, invece, alla scena abbiamo dato tutt’altra interpretazione, fantasiosa ma non priva di fascino: essendo giugno il mese della tarantola abbiamo immaginato nei due covoni e negli steli di grano sotto i piedi del contadino una scolopendra, un ragno e alcuni serpenti e nei Gemelli due giovani che paiono danzare quasi fossero stati pizzicati.

Lo pubblicherò prossimamente su un mio libro.

giovedì 22 ottobre 2015

All'ulivo, una poesia di Salvatore Toma


All'ulivo, di Salvatore Toma

Ulivo, io non credo
che siano di pace le tue fronde:
mutilato,
deforme
della terra figlio,
vivi nel dolore del dare
come un monumento.
Che cuore avrà mai
chi dice che non soffri
necessaria come sei,
nodosa forma?



domenica 18 ottobre 2015

Reggae+Hip Hop. La forza liberatrice dell'arte

Reggae+Hip Hop. La forza liberatrice dell'arte


"Fondamentale ti dico fondamentale
ritmo vitale ritmo radicale
ma l'importante credimi è comunicare
a tempo pulsante è fondamentale"
(Militant P, Fondamentale)


Imbracciare un mito
Buongiorno a tutti, sono veramente onorato di partecipare a questa tavola rotonda* nella quale si cerca di dare risposta ad un quesito che non è affatto banale: l'arte cura? Credo di sì, anzi ne sono certo e argomento la mia risposta affermativa portando l'esempio di una controcultura che qui nel Salento ha trovato larghissima diffusione, ossia il Reggae+Hip Hop(1) che si propone di rendere libero l'individuo e la società dalle nuove e vecchie oppressioni – criminalità organizzata, droga, mala politica, baronie – attraverso la riscoperta delle identità individuali e collettive. E proprio la (ri)conoscenza delle origini rende caratteristica la catarsi nel Raggamuffin locale: qui la rivoluzione non si attua urlandola ma riacquisendo consapevolezza delle proprie radici: si tratta di "imbracciare un mito"(2), quello della tradizione, perché si stimoli un percorso di introspezione non solo individuale che valorizzi il passato, in questo senso l'attività artistica non è fine a se stessa, non aspira a divenire opera morta da osservare nel chiuso di un museo, ma prende vita nella società, vivacizzandola.

Jahman=shaman? coincidenze nel suono e nei fatti
Non so ancora se ciò che sto per dire sia direttamente collegabile alle pratiche sciamaniche ma ho trovato molto gradevole il gioco di parole "Scia(U)manesimo" perché ne richiama un altro proprio della religione rasta: Jahman(3) – tradotto letteralmente significa "uomo-Jah", uomo di Dio – che sta a significare, fra l'altro, l'avvicinarsi dell'uomo a Jah (quindi lo spirito superiore), anche attraverso l'induzione di stati modificati di coscienza.
Se si parla di cultura rasta, si parla anche di Reggae e qui Jahman, può riferirsi all'artista-musicista che sta per avvicinarsi a Jah.
Jahman rievoca nel suono sciamano (in inglese shaman); è una coincidenza che mi consente di introdurre il discorso sul movimento Reggae+Hip Hop che qui da noi ha trovato terreno fertile, riscuotendo ampio consenso fra la gente e interessando la stampa ma anche due autorevoli accademici, Piero Fumarola e Georges Lapassade(4), che ne hanno fatto oggetto di analisi. È interessante porre l'attenzione sul potere terapeutico di quei suoni, riconoscendo al dj il ruolo di sciamano del mondo moderno, colui il quale riesce ad affrancare dalle negatività gli ascoltatori danzanti attraverso il sapiente utilizzo della musica e della parola (col suo potere magico) quindi, oltre che nell'assonanza, la coincidenza fra sciamano e Jahman è anche nei fatti.

Dj=Jahman=Shaman che cura il pubblico danzante, ponendosi sullo stesso piano
Si aggiunga che nelle dance hall, che poi sono i luoghi ove si svolgono queste feste, questi riti di liberazione contemporanei, il palco è assente, e questo perché artista e pubblico, medico e paziente, devono essere sullo stesso piano, di fronte, contrapposti, entrambi alla ricerca di armonia; il terapeuta non trova pace fino a quando non compie l'impresa assegnatagli: liberare l'invasato attraverso il sapiente e cosciente utilizzo delle tecniche del mixing e del toasting(5); in questo senso l'arte, quand'anche non assolva al proprio compito, è ritenuta potenzialmente in grado di guarire, cercando di portare l'equilibrio assoluto(6).

Originalità dello stile salentino
Ma torniamo al Raggamuffin nel Salento, che nasce ufficialmente nel 1991 con il singolo Fuecu (fuoco, forse con richiamo al fiah-fire jamaicano) del Sud Sound System.
Fin da subito si avanzò l'ipotesi del legame diretto fra questa nuova musica e quella tradizionale delle campagne; probabilmente non si avevano tutti i torti – benché dal punto di vista storico ciò non trovi riscontro tanto è che il Raggamuffin indigeno è connesso all'esperienza dialettale leccese urbana – vi sono diversi riferimenti non solo testuali ma anche musicali con la precedente esperienza rurale: alcune canzoni sono riprese dalla tradizione orale(7) per essere rilette in chiave reggae, mentre le esibizioni live e le registrazioni con tamburellisti salentini, quando il toasting è praticato al ritmo dei tamburelli, fungono da testimonianza relativamente alla parte specificatamente sonora.
Questo per quanto riguarda testo e musica; ora vediamo come la cultura Reggae+Hip Hop si innesti a quella della tradizione di Terra d'Otranto delle campagne (o viceversa), tanto da assumere una connotazione del tutto specifica rispetto a quelle di origine, creando dunque per provenienza e diffusione, un nuovo genere popolare.
Nel resto del mondo, pur avendo comuni radici nere, Reggae ed Hip Hop sono due culture distinte e, anche se percorrono strade che portano ambedue in direzione della pace, la prima è esperienza più spirituale, mistica, legata com'è alla religione rasta, e cerca la liberazione dell'uomo dall'oppressione dei potenti, attraverso il ricongiungimento con Jah (Jahman) e fra uomo e uomo (I n I); l'altra è urbana e, nata nei ghetti americani, si propone di trasformare l'energia negativa in positiva, incanalando la violenza - presente nelle strade e che scaturisce da conflitti fra bande rivali - in tipi di sfide non basate sullo scontro fisico, che vedono prevalere il più forte, ma sul duello artistico (attraverso la pratica dell'attività, vocale, musicale, pittorica, della danza).

Fusione di stili, idee. "Radici, cultura, tradizione"
In Terra d'Otranto, almeno all'inizio, queste due culture si fondono, realizzando uno stile nuovo rispetto al panorama locale, occupato dalla canzone dialettale leccese-urbana che, dalla fine degli anni Sessanta, aveva fatto proprie alcune problematiche legate al vivere cittadino, ma ormai, avendo nella metà degli anni Ottanta esaurito ogni spinta innovativa, non riusciva più ad intercettare se non in minima parte i "nuovi giovani", quelli che erano costretti ad emigrare per motivi non solo lavorativi ma anche di studio e che quaggiù dovevano confrontarsi con problemi sociali che parevano insormontabili.
Ecco allora la novità: il Reggae+Hip Hop che "parla di radici, cultura e tradizione"(8) riesce a svegliare l'interesse delle nuove generazioni per la cultura della propria terra d'origine, tanto da spingerli alla riscoperta delle fondamenta come unica possibilità per affrancarsi dalle nuove schiavitù.

Rinascita del territorio attraverso le vibrazioni positive
Ecco perché il movimento salentino trova ampio riscontro in tutte le fasce d'età, raggiungendo una popolarità all'inizio ritenuta effimera da tanti. Inutile dire che a venti e passa anni di distanza la scena è più viva e vivace che mai, e risponde alle esigenze di un territorio che grazie a queste "positive vibrations", per dirla alla Bob Marley, è riuscito a recuperare una identità che rischiava di fermarsi al tarantismo.
In questo senso l'arte ha curato non una persona, ma un territorio intero, facendolo rinascere.

(*) I giorni 11, 12, 13 settembre si è svolto a Nardò il convegno “Sulle tracce del Terzo Paradiso. Dalle tradizioni popolari alle terapie del futuro. Dialogo fra Italia e Finlandia per un nuovo Scia(U)manesimo”, organizzata dalla Rete Euromediterranea per l'Umanizzazione della Medicina
Durante la tre giorni, Italia e Finlandia si sono confrontate su antichi e nuovi sciamanesimi “sulle tracce del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, per la rinascita di un nuovo umanesimo, per riunificare i vari mondi che animano l'individuo e la comunità e anche per sperimentare forme di cura innovative”.
Sabato 12 ho partecipato alla tavola rotonda condotta da Eija Tarkianinen che si proponeva di rispondere ad un quesito tutt'altro che banale: “L'arte cura?”. Gli altri relatori erano: la psico-interprete dell'arte Chiara Armillis, il regista Giuliano Capani (Unisalento), l'antropologo Eugenio Imbriani (Unisalento) e lo psicologo Ilio Torre
Il discorso si è incentrato su cosa fosse da considerare "arte" ed "espressione artistica": ognuno fra i conferenzieri ha espresso la propria opinione, come prevedibile differente da quella dell'altro, e anche fra il pubblico, in tanti, hanno posto domande ed esposto il proprio punto di vista; questo a dimostrare che su concetti che non esistono in quanto tali "la" risposta non sussiste.
Per l'occasione avevo preparato una relazione (non tanto breve, in realtà, sarebbe dovuta durare una decina di minuti) nella quale spiegavo il perché, a mio avviso, l'arte cura ma non c'è stato tempo per esporla.
Giacché potevo in questa sede l'ho annotata essenzialmente, sperando possa interessare.
Colgo l'occasione per ringraziare la professoressa Rossana Becarelli, la dottoressa Rosetta Sambati e la dottoressa Eija Tarkiainen che ho avuto modo di apprezzare in un breve ma interessante colloquio a Kurumuny.
(1) Utilizzo volutamente il segno "+" al posto del trattino, per meglio rendere l'idea della fusione delle due culture.
(2) Ripreso da La gioventù, sul disco "La Rocha" dell'omonimo gruppo folk/punk salentino.
(3) Sintetizzo da altri – parola chiave: Bones (1986:46) - “'I' (io) è la prima persona singolare, 'I' è Jah Rastafari, Haile Selassie I, il primo e il solo. Jah è nero, così ne segue che 'I' è nero. Nero, Jah ed 'I' e in questo senso sono termini intercambiabili ognuno ha lo stesso significato dell'altro. Ogni Rastaman è 'Jahman'; così ogni 'Jahman' è un 'I man'. Da qui ogni 'I man' è anche 'you man' (human). Ora, se 'I man' è differente da 'you man' o da 'me man' è perché egli è la prima persona. Per questo da quando Rasta è 'I', una moltitudine di Rasta è “I and I”.
(4) Si veda Inchiesta sull'Hip Hop, Lecce 1991.
(5) È una pratica vocale che consiste nel parlare/cantare su un ritmo. Trova l
(6) A questo punto, visto che eravamo a Nardò, avrei voluto potuto così divagare: «[...]Ma Nardò è anche la patria di Luigi Stifani, il barbiere taumaturgo delle tarantate, uno sciamano che riusciva col suo violino (e l'orchestrina composta da un tamburellista ed un fisarmonicista) a curare chi veniva morso dal ragno: la ricerca dello spirito malvagio avveniva attraverso il paziente, Stifani, osservando il malcapitato, riusciva a identificare il tipo di tarantola che aveva inoculato il veleno e quindi selezionare la musica necessaria per concludere positivamente il rito, questo ovviamente secondo la tradizione.
Ovviamente Stifani non è l'unico protagonista-guaritore in un fenomeno che deve essere inteso, a nostro avviso, come un rito di possessione e liberazione collettivo, le cui cause non possono essere ridotte a ragioni di carattere economico e sociale del meridione Medievale, sarebbe antistorico oltre che riduttivo: celebrando il rituale del tarantismo si cercava di liberare l'individuo dallo spirito maligno-tarantola che se ne era impossessato, su questo non c'è alcun dubbio, però lo scopo era anche quello di allontanare il male dalla società, altrimenti non si spiegherebbe una partecipazione così ampia ed interessata (così raccontano i viaggiatori stranieri) al cerimoniale, soprattutto da parte di quei contadini che erano costretti a lavorare per tutta l'estate nei campi, sotto il sole, correndo il rischio di incontrare la "taranta" che, pur essendo un simbolo, faceva paura come se fosse realmente dannosa e portava, in ogni caso, scompiglio, destabilizzando fragili equilibri. Solo scacciando il male, simbolicamente, tutta la società poteva riacquisire tranquillità.
Il minimo comune denominatore dunque è lo stesso, tanto che sia un dj a cercare di liberare la moltitudine danzante, tanto che sia la moltitudine a cercare di liberare un solo invasato: la ricerca dell'armonia, dell'equilibrio assoluto, che scaturisce dall'incontro fra esorcista-sciamano e posseduto.
Questo avviene attraverso la musica, che poi altro non è se non una espressione artistica, tanto è che "L’uso del suono, del ritmo, della vocalità ha accompagnato spesso le attività di cura e guarigione nelle tradizioni di molti popoli. Nello sciamanesimo artico, come nei riti amazzonici, il suono della voce, la melodia del canto e il ritmo della musica producevano effetti sui “pazienti”, così le percussioni nell’Africa nera o la pizzica nel fenomeno del tarantismo salentino si avvalgono di ritmi sincopati e iterativi per agire su fenomeni patologici di malessere o di disagio psichico", come recita l'incipit "Dalle tradizioni popolari alle terapie del futuro".
In molti riti, per allontanare gli spiriti del male si causava un gran baccano, anche "percuotendo l'aria con dei bastoni", per utilizzare James Frazer, ma si pensi anche al tarantismo, al battere incessante e ritmato dei tamburelli. Questa pratica è già attestata in una delle prime tracce scritte sulla tarantola e risalente al XII secolo, quando Alberto di Aquisgrana dice che "i Cristiani impararono anche dagli abitanti del luogo che dovevano battere le pietre con colpi frequenti o procurare altro rumore percuotendole sugli scudi così che i serpenti venissero spaventati da questo strepito e i compagni potessero così riposare tranquilli"; Era forse una prima forma di musicoterapia per liberarsi dalle "Tarenta"?».
(7) Ma si pensi che il primo scratch in dialetto salentino è presente già in Fuecu, effettuato da Dj War su un brano del Canzoniere Grecanico.

(8) Cito Treble in Reggae Internazionale (1992).