giovedì 27 aprile 2017

Federico Capone nel Comitato Scientifico della Fondazione "La notte della Taranta"


A presiederlo il prorettore dell’Università del  Salento Domenico Fazio



Nominati i nuovi componenti

del Comitato scientifico

della Fondazione La Notte della Taranta









Si tratta dell’etnomusicologo Maurizio Agamennone, del sociologo Aldo Bonomi, dello storico delle tradizioni Federico Capone,  del filosofo Domenico Fazio e del geografo Fabio Pollice. A presiedere il Comitato sarà il prorettore dell’Università del Salento Domenico Fazio. Il Comitato scientifico, per i temi di cultura e ricerca, affianca nella funzione consultiva il Consiglio di amministrazione composto dal Presidente Massimo Manera, dal vicepresidente Raffaele Gorgoni e dai componenti Ivan Stomeo e Francesco Pellegrino. 


“Abbiamo inteso dare spazio - ha sottolineato Massimo Manera, Presidente della Fondazione La Notte della Taranta -  a competenze diverse. Figure di alto profilo culturale che testimoniano ancora di più quello che è il nostro preciso obiettivo: fare della Fondazione uno strumento di crescita culturale e di sviluppo socio-economico del territorio salentino attraverso una stabile interconnessione  con il panorama italiano e internazionale. Ringrazio i professori Fazio, Bonomi, Agamennone e Pollice e il giovane Capone per aver accettato la nomina. Il Cda della Fondazione chiederà da subito ai nuovi componenti un confronto sulle iniziative culturali da promuovere per il ventennale del Concertone che ha rivoluzionato le pratiche culturali nel Mezzogiorno d’Italia. Ringrazio anche tutti gli altri  partecipanti al bando pubblico per la selezione del Comitato Scientifico che hanno dimostrato vivo interesse per l’operato della Fondazione”.

Il comitato scientifico è l’organismo consultivo della Fondazione, si compone da non più di 5 membri, nominati dal Consiglio di Amministrazione, tutti scelti fra persone particolarmente qualificate e di riconosciuto prestigio nei settori di interesse della Fondazione. Il Presidente è eletto nell’ambito del Consiglio. Il comitato scientifico collabora con il Consiglio di Amministrazione nella definizione e nella realizzazione delle attività della Fondazione e svolge una funzione tecnico-consultiva in ogni questione in cui il Presidente o il Consiglio di amministrazione lo ritengano necessario. I membri del Comitato scientifico durano in carica 5 anni e sono prorogabili una sola volta e se nominati prima della scadenza quinquennale, restano in carica fino a tale scadenza (Articolo 19, Statuto Fondazione La Notte della Taranta). 


COMITATO SCIENTIFICO

Domenico FAZIO (Presidente Comitato Scientifico)
Filosofo. Dal settembre 2015 è Prorettore vicario dell’Università del Salento. È ordinario di Storia della Filosofia presso l’Università del Salento.
I suoi studi vertono soprattutto sulla filosofia tedesca dell’Ottocento – in particolare su Schopenhauer, Nietzsche e Paul Rée – ma i suoi interessi spaziano dalla filosofia italiana del Rinascimento – con particolare riguardo al salentino Giulio Cesare Vanini – al pensiero politico meridionalista e liberalsocialista, dall’estetica della Scuola di Francoforte alla filosofia della musica. Ha al suo attivo oltre cento pubblicazioni, molte delle quali all’estero.
È musicista dilettante.

Maurizio AGAMENNONE
Etnomusicologo.  Allievo di Diego Carpitella, è professore associato di etnomusicologia presso l’Università di Firenze.
Si è occupato delle pratiche di improvvisazione poetica, dei processi performativi nelle polifonie viventi, delle produzioni dei “musicisti migranti” in ambiti di globa(gloca)lizzazione, delle scritture e pratiche performative nell’avanguardia musicale europea del secondo Novecento, del confronto interculturale nella musica contemporanea di fine/inizio millennio.


Aldo BONOMI
Sociologo. E’ fondatore del Consorzio Aaster che dirige dal 1984. Da oltre trent’anni svolge studi e ricerche sulle dinamiche territoriali. Cura la rubrica Microcosmi sul “Sole 24 Ore”e ha redatto la rivista “Communitas”. Tra i suoi libri Il distretto del piacere (200) Il capitalismo molecolare (1997) Elogio della depressione (2011 con E. Borgna), Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi ( 2013)  nonché i recenti Dalla smart city alla smart land  (2014 con R. Masiero) e La società circolare. Fordismo, capitalismo molecolare, sharing economy (2016 con R. Masiero e F. Della Puppa), quest’ultimo nella collana Comunità Concrete da lui personalmente curata.


Federico CAPONE
Storico.   Si occupa di storia delle tradizioni popolari con particolare riferimento a quelle di Terra d'Otranto, al fenomeno del tarantismo, al Reggae+HipHop salentino, alla letteratura ed alla canzone dialettali. È specializzato negli studi sulla ricontestualizzazione delle tradizioni musicali popolari.
È autore di numerose pubblicazioni, fra queste Lecce che suona (Capone Editore 2003), Hip Hop Reggae Dance Elettronica (Stampa Alternativa 2004), Sata terra (Issuu 2011) Viaggio nel Salento magico (Capone Editore 2013) e Osservazioni sul tarantismo (Capone Editore 2016).




Fabio POLLICE

Geografo. Ha insegnato nelle Università di Napoli “Federico II” e di Roma “La Sapienza”. Dal marzo 2016 è Direttore del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento, dopo essere stato nella stessa Università per un triennio Coordinatore del Dottorato di Ricerca in Human and Social Sciences. È altresì membro del Consiglio Direttivo della Società Geografica Italiana, componente del Comitato Scientifico del Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali e Direttore della Scuola di Placetelling dell’Università del Salento. Si occupa di temi di geografia applicata con particolare riguardo per i temi legati allo sviluppo territoriale e ai rapporti locale-globale con approfondimenti sul rapporto tra turismo e cultura e al ruolo della cultura nei processi di sviluppo locale. È autore di oltre un centinaio di pubblicazioni scientifiche di livello nazionale ed internazionale








mercoledì 21 settembre 2016

"Tarantismo, un fenomeno minuscolo e complesso", introduzione ad "Osservazioni sul tarantismo ed altri scritti sulla musica 'popolare' salentina"


Tarantismo, un fenomeno minuscolo e complesso


 “Potrà forse sembrare strano che un discorso così impegnato, e che quasi promette di voler mettere mano a cielo e terra, possa prendere le mosse da una minutissima vicenda regionale, anzi locale, della cui levità par testimoniare il sorriso col quale a chi dà segni di agitazione immotivata chiediamo celiando: ‘Ti ha morso la tarantola?’. Ma non tutte le cose che abbiamo reso lievi meritavano di diventarlo, ed in ogni caso il ‘lieve’ ed il ‘grave’ non appartengono alle cose in sé, ma sono sempre di nuovo ridistribuibili nella trama della realtà in funzione di certi ‘problemi presenti’ che stimolano a scegliere il passato importante” (Ernesto de Martino, dalla Prefazione a La terra del rimorso).


Per quanto minuscolo, il tarantismo si svolge con dinamiche simili a quelle di qualsiasi altra vicenda umana e proprio come fatto dell’uomo lo abbiamo voluto descrivere, sicuri che questo taglio sia l’unico in grado di ri-sentimentalizzare un fenomeno che appartiene al Salento ed alle sue genti, nonostante da sempre abbia subìto l’aggressione da parte di forze non propriamente interne (per sostrato culturale, per provenienza geografica e altro ancora) che lo hanno trasformato, plasmato a seconda delle esigenze, anche personali e/o del momento, analizzato fino all’osso e snaturato, privandolo talvolta di quell’anima popolare che lo ha mantenuto in vita fino ai giorni nostri.
Ma oltre che minuscolo, il tarantismo è anche complesso: tutto sommato giovane, le origini risalgono al basso Medioevo, affonda le radici nel mondo antico; esclusivo della Puglia e di Terra d’Otranto, ha paralleli extraeuropei e, ancora, collocato nel quadro dell’incontro fra Islam e cattolicesimo diviene successivamente materia da argomentare con parametri della magia naturale e, più in là, medici non meno che simbolico-tradizionali, da leggere in chiave positivista o (neo)umanista o, ancora, con approccio antropologico e sociologico... tutto ciò a conferma che ha uno svolgimento articolato, come ogni cultura d’altronde, ed è per alcuni aspetti “vittima” del pensiero dominante, per altri forma di resistenza a quello egemone.
Banalizzando, si potrebbe immaginare questa storia come il tratto d’un fiume del quale non scorgiamo né l’inizio né la fine ma, al massimo, parte degli infiniti rivoli che da questo si diramano; sta a noi seguirne uno, non potendo né col nostro sguardo, né con la nostra conoscenza, percorrerli tutti. La scelta scaturisce dalla sensibilità personale e dal guardarsi attorno per capire se – e dove, e come – questa manifestazione possa attualmente meglio collocarsi, dando per scontato che ancor oggi sopravvive: una risposta l’abbiamo rintracciata nell’aspetto musicale ed in particolare nel reggae+hip hop – precursori Georges Lapassade e Piero Fumarola – e in quei giovani che danzano per liberarsi sotto il palco del concertone finale della Notte della Taranta.
Fra il tarantismo di ieri e quello di oggi, e poco prima del reggae+hip hop, c’è un’altra esperienza “musicale” sulla quale ci siamo soffermati, ossia la canzone dialettale urbana, perché anticipatrice di alcuni aspetti dell’evento di Melpignano, fra i quali quello più preponderante è l’assoluta spensieratezza con la quale la gente, nel folk-leccese come nella world-pizzica, si approccia e vive l’esperienza sotto i palchi. Si aggiunga che la canzone dialettale urbana, ieri nelle piccole sagre, oggi rispolverata anche a Melpignano, contribuisce a liberare i presenti, seppur per poche ore, da ogni problema piccolo o grande che sia; non poteva essere altrimenti in una Terra d’Otranto dove qualsiasi momento catartico può essere ricondotto al tarantismo, come confermano i fatti: ogni “minuscolo evento” è risultato, finale ma non definitivo, del contesto nel quale si svolge – non si è forse partiti con le tarantole sul monte Pellegrino a Palermo, per arrivare alla cappella di San Paolo a Galatina e poi al reggae+hip hop nostrano? – Perché allora non cercare un luogo, un modo, nel quale il rito oggi si rinnova? Solo in quest’ottica si può comprendere quanto già scritto da Ernesto de Martino, cioè che il fenomeno, ieri come oggi, è plasmato dalle stesse forze egemoni che lo studiano e lo (de)scrivono, introducendo – e al tempo stesso portando all’esterno, pensiamo alle fonti giunte in nostro possesso – di volta in volta “determinazioni nuove” e “compromettendone efficacie antiche”. Ma aggiungiamo una nostra altra constatazione: mentre il tarantismo viene modellato e descritto dall’esterno, contemporaneamente, si rafforza grazie ai protagonisti che lo vivono e lo mantengono in vita, adeguandolo a tempi e luoghi.
Questa continua e rapida ricontestualizzazione spiazza un po’ tutti, non ultimi gli studiosi che, di conseguenza, non riescono a “stare sul pezzo”; ciò contribuisce a non ricercare e a non produrre, dando l’impressione che il tarantismo sia definitivamente esaurito. Ecco il maggiore dei problemi di fronte ai quali ci siamo oggi trovati: se già in precedenza lo studioso identificava il tarantismo come relitto, e questo avveniva quando la “tradizione” era più “stabile”, ci dovremmo sentire giustificati a considerarlo oggi definitivamente scomparso, sol perché non ne cogliamo le trasformazioni? Dovremmo forse, in maniera semplicistica e arrendevole, affermare tout court che “la tradizione è tradimento”, perseverando in una azione dissacratoria che oggi, a differenza di qualche ventennio addietro, non ha alcuna valenza ideologica ma serve piuttosto per colmare e celare ben altri tipi di lacune?, o dovremmo piuttosto continuare l’opera di de-sentimentalizzazione che vuole far “vivere” il tarantismo solo nelle fonti? Nulla di tutto ciò, e col lavoro che segue offriamo alcuni strumenti per navigare nuovi tratti di storia, nuove vie, fornendo una serie di testimonianze già note nella prima parte, e letture nuove nella seconda, per dimostrare che il tarantismo non si è esaurito.
Per dirla in una parola, l’oggetto della ricerca, in storia non più che altrove, non si esaurisce, si cerca... anche con l’osservazione.



Marzo 2016                                                                         fc

giovedì 25 agosto 2016

"Il Ragno, la musica e Leonardo da Vinci", recensione a firma di Claudia Presicce apparsa su Nuovo Quotidiano di Puglia del 23 agosto 2016

«Potrà forse sembrare strano che un discorso così impegnato, e che quasi promette di voler mettere mano a cielo e terra, possa prendere le mosse da una minutissima vicenda regionale, anzi locale, della cui levità par testimoniare il sorriso col quale a chi dà segni di agitazione immotivata chiediamo celiando: ti ha morso la tarantola?» (...) per continuare a leggere clicca sull'articolo

giovedì 4 agosto 2016

"Capone, il tarantismo e la musica popolare salentina ieri e oggi", recensione di Angelo Sconosciuto su La Gazzetta del Mezzogiorno del 30 luglio 2016 (ediz. di Brindisi)


Capone, il tarantismo e la musica popolare salentina ieri e oggi

Le «Osservazioni» per aggiornare un discorso


Davvero difficile stare dietro agli innumerevoli appuntamenti con la pizzica. Chi non danza discute e ciascuno propone le sue «letture» del fenomeno in cui confluiscono le sue conoscenze, il suo vissuto, i suoi sentimenti.
Benedetto Croce affermava che «ogni storia è storia contemporanea», intendendo così ribadire che il compito dello storico non si riduce a raccogliere e catalogare fatti. Piuttosto gli compete di giudicare ed analizzare il "passato" con gli occhi del presente ed alla luce dei problemi del presente, facendo sì che gli avvenimenti rimangano sempre vivi, in continua mutazione.
Di tutto ciò è ben consapevole Federico Capone, storico delle tradizioni popolari ed esperto di canzone dialettale leccese, che nelle sue "Osservazioni sul tarantismo e altri scritti sulla musica popolare salentina" (Capone Editore, pp. 128, con una dotta prefazione di Maurizio Nocera) dimostra come, checché se ne pensi, il tarantismo non si esaurisce con la spedizione dell'equipe guidata da Ernesto De Martino nel Salento, compiuta nell'estate del 1959 e i cui risultati furono pubblicati nel 1961 in La terra del rimorso, ma che piuttosto si è ricontestualizzato, adeguandosi a tempi e luoghi. «Si badi bene che questo "rimodellamento" non è esclusivo della contemporaneità, né appartiene soltanto al tarantismo – sottolinea l'autore –, è un fatto normale ne era convinto anche Ernesto de Martino, che riteneva il fenomeno "plasmato dalla cultura egemone"; proprio questa banalità regge tutto il ragionamento: il tarantismo altro non è che un risultato figlio della propria epoca. A testimonianza di questo vi sono i tanti paralleli – per modi e finalità del rito – distanti nel tempo e nello spazio rispetto al fenomeno così come è giunto a noi, quindi è chiaro che per comprendere appieno ciò che accade oggi, è necessario conoscerne la storia».
Queste "Osservazioni" si svolgono lungo la direttrice passato- presente, e così nella parte iniziale i documenti di prima mano danno solidità alle successive interpretazioni dell'autore, che la fanno da padrona nella seconda parte del saggio, per costituire, nell'insieme, una "storia" nel senso più ampio del termine, che inizia nel basso- medioevo – è, nell'undecimo secolo, infatti, che si sente parlare per la prima volta di "taranta" con Goffredo di Malaterra che nelle 'Gesta di Ruggiero' narra di un attacco, ad opera di ragni velenosi, subìto dall'esercito normanno accampato sul Monte Pellegrino, nei pressi di Palermo – ed arriva ai giorni nostri.
Proprio questa seconda parte è certamente la più fresca. Capone indaga gli sviluppi contemporanei, soffermandosi in particolare sul reggae+hiphop dei primi anni Novanta – che trova nel Salento terreno fertile grazie al Sud Sound System, gruppo composto da dj e toaster-sciamani – e sulla Notte della Taranta, il festival itinerante che ogni anno, nella serata conclusiva a Melpignano, richiama centinaia di migliaia di spettatori che, danzando sotto il palco, si liberano, almeno per poche ore, dei problemi quotidiani. Tutto ciò avviene grazie ad una musica che, forse, "tradisce la tradizione" coi suoni ma assolve pienamente alla funzione catartica assegnatale dal "tarantismo".
In questa direzione – la musica in grado di liberare – ampio spazio è dato alla canzone dialettale leccese e salentina che, fin dall'inizio del secolo scorso, ha contribuito a mantenere in vita una memoria che, passando dalla campagna alla città, sembrava dovesse scomparire ed invece si è rafforzata.
"Tracce", funge da intermezzo fra la prima e la seconda parte qui vi sono molte testimonianze di autori medioevali e moderni, che hanno scritto di tarantole da Alberto di Aquisgrana (XII sec.) a Tommaso Campanella.
In conclusione un ricco e suggestivo apparato iconografico con immagini che vengono pubblicate per la prima volta, tutte inerenti il tarantismo e più in generale la danzimania; sono da segnalare le opere inedite di Francesco e Massimo Pasca e quella di Salvatore Sciurti, ma anche una matrice, quasi sconosciuta di Antonio Tempesa (XVI-XVII secolo), nella quale sono raffigurati tre tipi di "tarantola" conosciuti, ossia il geco, il ragno e lo scorpione, ma anche la ri-lettura del mese di Giugno del mosaico di Otranto, ove vi sono due Gemelli che paiono danzare con le movenze della pizzica.

Angelo Sconosciuto

martedì 26 luglio 2016

"Osservazioni sul tarantismo ed altri scritti sulla musica 'popolare' salentina" di Federico Capone



Federico Capone
Osservazioni
sul tarantismo
Ed altri scritti
sulla musica popolare salentina
Prefazione di Maurizio Nocera






Secondo la tradizione, chi veniva morso dalla tarantola doveva ballare affinché, sudando, potesse espellere il veleno dal corpo: il fenomeno, noto come tarantismo, era largamente presente in Puglia e in Terra d'Otranto in particolare. Le prime testimonianze risalgono al Basso Medioevo, anche se tanti sono i paralleli – per modi e finalità del rito – distanti nel tempo ma anche nello spazio, a dimostrazione di un fatto abbastanza scontato ma che spesso passa in secondo piano: il fenomeno altro non è che un risultato figlio della propria epoca.
L'autore parte da questa premessa per tracciare una storia del tarantismo, attraverso un apparato documentale ampio e solido, e per indagarne gli sviluppi contemporanei che non possono prescindere dal reggae+hip hop e dalla Notte della Taranta, ma neppure dalla canzone dialettale leccese, tratto d'unione fra antico e moderno.
A corredo dello scritto un apparato iconografico con alcune immagini pubblicate per la prima volta.
Osservazioni sul tarantismo rappresenta uno strumento indispensabile tanto per l'appassionato che si avvicina alla tradizione musicale salentina, quanto per l'esperto che qui troverà nuove letture e documenti poco conosciuti.

Federico Capone, 1974, si occupa di storia delle tradizioni popolari, con particolare riferimento alla canzone dialettale leccese; fra le pubblicazioni ricordiamo: In Salento. Usi, costumi, superstizioni (Capone Editore 2003),Lecce che suona. Appunti di musica salentina (Capone Editore 2003), Hip Hop Reggae Dance Elettronica / Stile Salentino 1 (Stampa Alternativa 2004) e Viaggio nel Salento magico (Capone Editore 2013).


Federico Capone, Osservazioni sul tarantismo ed altri scritti sulla musicapopolare salentina, Capone Editore, Lecce 2016, ISBN 978-88-8349-202-0; 128 pagine, formato 15x21, illustrato

lunedì 26 ottobre 2015

Mosaico di Otranto, mese di giugno, i Gemelli che (mi) paiono tarantolati


Mosaico di Otranto,  mese di giugno, i Gemelli che (mi) paiono tarantolati 



IVNII (giugno), particolare del mosaico nella Cattedrale di Otranto, realizzato tra il 1163 e il 1165 dal monaco Pantaleone della vicina Badia di Casole.
La scena, raffigurante il mese di giugno, vede protagonista principale un contadino intento a mietere, in alto a destra il segno zodiacale dei Gemelli e, in basso a destra, due covoni. In alto a sinistra, all’esterno della cornice, una figura zoomorfa, probabilmente uno scoiattolo-spaventapasseri che batte i piatti per allontanare gli uccelli dal grano (cfr Grazio Gianfreda, "Il mosaico di Otranto", Edizioni Del Grifo, Lecce 2009). Questa la lettura più accreditata.
Noi, invece, alla scena abbiamo dato tutt’altra interpretazione, fantasiosa ma non priva di fascino: essendo giugno il mese della tarantola abbiamo immaginato nei due covoni e negli steli di grano sotto i piedi del contadino una scolopendra, un ragno e alcuni serpenti e nei Gemelli due giovani che paiono danzare quasi fossero stati pizzicati.

Lo pubblicherò prossimamente su un mio libro.

giovedì 22 ottobre 2015

All'ulivo, una poesia di Salvatore Toma


All'ulivo, di Salvatore Toma

Ulivo, io non credo
che siano di pace le tue fronde:
mutilato,
deforme
della terra figlio,
vivi nel dolore del dare
come un monumento.
Che cuore avrà mai
chi dice che non soffri
necessaria come sei,
nodosa forma?